La Folla – Installazione itinerante.

Client: Hudson & Sons
Date: 2016-09-03
Services: Printing Branding

Nel nostro paese la relazione con l’altro, con “il diverso” è ancora contaminata e sovradeterminata da pregiudizi, vissuti di paura e intolleranza.

Ogni volta che allontaniamo il problema della diversità, confermiamo la nostra paura del diverso, che è poi la paura di quel diverso che ciascuno di noi è per se stesso, e da cui ogni giorno, nel nostro contesto di riferimento (lavoro, casa, etc.) strenuamente ci difendiamo per mantenere la nostra sicura identità (o ciò che definiamo come tale). È questa una definizione che ci interessa perché, dopo aver neutralizzato il folle attraverso la medicalizzazione che ha ridotto la follia a una malattia, con questo stratagemma non abbiamo certo neutralizzato la diversità.

E qui penso alla diversità dell’omosessuale, dell’immigrato, dello “straniero”, che a quelli del luogo appare “strano”, ma penso anche alla diversità di ciascuno di noi quale ci appare di notte nei sogni, e anche di giorno quando allentiamo gli ormeggi dell’Io. Qui in gioco non è solo la diversità degli altri che abbiamo la possibilità di confinare e neutralizzare, delegando i folli ai medici, gli stranieri alle forze dell’ordine, ma la nostra diversità che non ammette deleghe, anzi si rinforza proprio nel processo di soppressione e delega.

Foucault ha scritto che ogni società si può giudicare dal modo in cui organizza e vive il rapporto con l’altro. Come se ogni società avesse bisogno di costruirsi una realtà e un fantasma della diversità per costruire e mantenere la propria identità. Come se non potessimo avere una identità senza mettere in atto qualche meccanismo di identificazione ed esclusione verso i diversi. Nell’era della guerra globale e del terrore permanente (in ogni luogo, in ogni momento), le relazioni d’amore sono strettamente connesse con l’odio, con l’aggressione, con il disprezzo e la disistima, con la paura reciproca, con la persecuzione.

I cambiamenti epocali in atto stanno producendo nuovi atteggiamenti rispetto “le differenze e le diversità” dell’uomo e della donna e nuovi stereotipi sugli stranieri. Le forme di esclusione sociale a fascia (versus le donne, le persone di diversa condizione sociale, le persone di diversa cultura o lingua o aspetto esterno, gli omosessuali, i transessuali, i disoccupati, etc.) o circoscritta (versus i disabili, i malati mentali, i tossico-dipendenti, i vagabondi, etc.) si costituiscono come negazione di diritti delle persone perseguitate e come stato di attiva negazione dei diritti delle stesse.

Essenziale è allora il ruolo, lo sviluppo della capacità di relazione interculturale e di dialogo, cioè per educare alla diversità e al superamento dell’eventuale conflitto.
Attivare un processo relazionale attivo, motivante e arricchente che sappia far conoscere, convivere e interagire le differenze, in un tessuto culturale e sociale multiforme, in una quotidiana ricerca di dialogo, di comprensione e di collaborazione, di apertura verso l’altro.  Appare quindi – necessaria una informazione che riduca gli stereotipi, che la impregnano, e approfondisca i nessi fra cittadino/straniero, salute/malattia, in apparenza antinomie, in realtà poli di una dialettica vitale per educare alla diversità, determinante per una educazione sociale e umana.

Si tratta di un viaggio difficile, se si tiene conto che va compiuto all’interno di noi stessi oltre che all’interno delle società afflitte da forze disgregatrici, nelle quali – come già detto – il conflitto, la competizione, lo scontro di comunità/culture sempre più chiuse rischiano di lasciare gli individui da soli: atomi vaganti tra le folle. Per questo parallelismo che esiste tra il diverso che “ci abita” e il diverso che incontriamo per strada, che immaginiamo potremmo chiederci quanto realmente facciamo per avvicinarci ad un mondo diverso dal nostro.

Ed è con questa presa di coscienza che proponiamo l’installazione “La Folla”.  Un presidio di 100 corpi scultorei.

Una folla  “vetrificata” che vive le diffidenze di una città in attesa di rinascere.

Una folla di Corpi in cerca un dialogo con la città. Gli uomini e le donne in policarbonato che compongono l’installazione sono le “presenze diverse” generate da una società che che rifiuta o non riesce a creare il confronto con ciò che non comprende e non riesce a inglobare. Sono forse i relitti di una vita che non è stata o i calchi inanimati di una non-vita in divenire. Ridotti a manichini trasparenti, alludono a kuroi e korai trasfigurati da un vuoto incedere senza tempo, dove passato e presente si confondono con il futuro.

Una folla di gusci vuoti, pronti tuttavia a divenire crisalidi di un corpo in metamorfosi, se accolti e nutriti da una città aperta al confronto con l’individuo. È nostro intento, Attraverso il linguaggio dell’arte, cercare di comprendere e far comprendere quanta somiglianza c’è in ognuno di noi con “il diverso”, di combattere ogni intolleranza, di fare della diversità una ricchezza e non un limite. Di “poter dire” a tutti noi che il destino che l’umanità oggi ha è legato ad una speranza di pace ed evoluzione sociale, che potrà avvenire accogliendo, valorizzando l’Altro (oltre che di incontrarlo su di un piano di sincero scambio conoscitivo) e di mettere in evidenza la positività che è in grado di “esprimere”, sconfiggendo  i pregiudizi sulla diversità.

L’anno scorso nel progettare l’installazione per la Cavallerizza di Mantova, in occasione di Mantova Capitale Italiana della Cultura 2016, abbiamo aggiunto alla presenza umana de “La Folla” le figure dei cavalli e del Duende. I cavalli a rappresentare la forza e le Duende, lo spirito della creatività.

Questa variazione piccola ma importante ha modificato il concetto iniziale della stessa installazione aggiungendo l’idea di popolo migrante, un popolo alla ricerca di un luogo nel quale riconoscere la propria appartenenza per poter diventare ciò che idealmente ognuno può diventare.

Realizzare una installazione è come scrivere un libro dove la narrazione è sempre corale. Non c’è un unico punto di vista; non c’è la miglior esposizione. L’installazione si adatta al luogo che la ospita trasformandolo e trasformandosi. Il viaggiatore che ne fruisce ne sposta l’energia con la sua presenza. Ogni installazione alla fine, si trasforma da come era in origine e di questo bisogna esserne consapevoli quando la si progetta. Non solo il senso emozionale dell’installazione si modifica agli occhi di chi l’attraversa, ma la stessa, fisicamente si contrae, si espande a seconda del numero, dell’energia dei fruitori.

Lo spazio dell’installazione poi deve essere in grado di ospitarne la massa e l’energia. La riuscita o il fallimento di una installazione è data dalla sinergia che essa riesce ad avere con il luogo che la ospita, il fattore estetico dello spazio ospitante è irrilevante.

2017 – “La Folla” Installazione nella Chiesa di S.Agostino a Cortona a cura della galleria Triphè di Maria Laura Perilli.

2016 – “E quando il sole cade la città s’accende”. Complesso Museale e Cavallerizza Palazzo Ducale di Mantova. Mostra a cura di Vittorio Erlindo. Sul prato della cavallerizza, l’installazione di Davide Dall’Osso con il light designer Fabrizio Visconti.

2010 -“Presidio” (installazione temporanea) Piazza Duca D’Aosta, stazione Centrale. Installazione 120 corpi scultorei maschili femminili in fusione di policarbonato. Milano

2009 -“Presidio” (installazione permanente), Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo. Installazione di 120 corpi scultorei in fusione di policarbonato. Milano.

2008 – “La giostra dell’Apocalisse” (teatro, musica, arti visive e incontri), Rotonda della Besana, Milano. Installazione nel portico circolare di 91 corpi in policarbonato.

2005 – “Cielo-Uomo-Terra” (installazione temporanea site specific), Giardini di via Marsala, Pesaro. Installazione di 63 corpi in policarbonato

2005 – “Alla fine del bosco”, performance e installazione realizzata in collaborazione con Luciana Melis per il saggio finale del 3°anno del corso di teatrodanza. Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, Milano.

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