La Folla di Davide Dall’Osso “invade” Sant’Agostino

Installazione cura di Maria Laura Perilli, Galleria Triphè

Il progetto installativo ”LA FOLLA” dell’artista Davide Dall’Osso intercetta una tematica che da sempre, ed ancora più recentemente, rappresenta  materia  di ampio confronto: la diversità.

Al riguardo Roberto Saviano, afferma: ” la diversità è negli occhi di chi guarda e non di chi é guardato”.

Questa si presenta sotto molteplici sfaccettature: dall’immigrato che trova in molti diffidenza e conseguente incapacità di accoglimento, all’omosessuale verso il quale, sempre con Saviano:’’ la complessità di un individuo è ridotta ad una personale scelta sessuale”.

Una delicata diversità , quella dell’omosessualità, trattata con garbo da Papa Francesco e regolamentata dal nostro parlamento nel recente 2016 in merito alle unioni di appartenenti allo stesso sesso. La diversità culturale dell’immigrato e l’omosessualità  evidentemente non esauriscono la vastità del tema; esso diviene di fondamentale importanza laddove tocca i differentemente abili a favore dei quali la nostra società è in una posizione di grave ritardo. Un argomento immenso, la diversità , che Davide Dall’Osso sottolinea con la sua installazione dai cento corpi in policarbonato: un vero e proprio esercito dell’anima, ciascuno con le sue particolarità, espressione di uno stato psicologico predisposto a ricercare una connessione empatica con l’esterno. La folla è installazione che fonda sull’intento di superare la dimensione di folla solitaria. I corpi sembrano quasi consumarsi nel tentativo di trovare un canale comunicativo e si pongono davanti all’osservatore arrovellati in un circuito fatto di decomposizione e rigenerazione. Si tratta di superare l’apparente perfezione, l’involucro ineccepibile ma parco nei contenuti che da troppo tempo ha preso il sopravvento sulla sostanza. In ultima analisi l’identificazione di un individuo troppo spesso passa attraverso dei canoni di fisicità ‘’normali’’ e talvolta i segnali di accoglienza al ‘’diverso’’ sono legati esclusivamente al sentimento ‘’della pena’’. Non casualmente Paul Wilson ci dice: lascia la perfezione agli altri. Tu contentati di essere te stesso e ti sentirai molto più  sereno ’’.

La galleria Triphè in 10 anni di attività espositiva, ha sempre mantenuto una linea guida finalizzata al recupero del rapporto ARTE-TERRITORIO sia con l’allestimento di mostre in spazi pubblici, con particolare vocazione all’accoglienza ed al raccoglimento del visitatore( chiese, siti archeologici) sia con l’attenzione verso un linguaggio artistico dalla matrice prettamente ”FIGURATIVO-CONCETTUALE”; inteso come una potenziale via di superamento della inspiegabile frattura tra figurazione e concettuale. Ne deriva anche la necessità di ridimensionare quel clima di autoreferenzialità che condiziona di frequente il panorama artistico facendogli perdere attenzione per il contesto storico attuale, complesso sia socialmente che economicamente. Lo scopo è superare quella faglia criptica che si è venuta ad innestare tra osservatore ed opera d’arte nel rispetto di ogni espressione. In tale quadro, sia come gallerista che curatrice, ho trovato ampia sintonia con il pensiero di Davide Dall’Osso. La sua produzione si interroga costantemente:’’ sulla valenza emotiva-emozionale dell’arte e della sua funzione pubblica come motore di cambiamento sociale’’.

In questa installazione come nelle altre opere siamo in presenza di un messaggio artistico il cui spessore tecnico sintetizza costantemente il portato figurativo-concettuale. Ciò rientra perfettamente nel file-rouge artistico della galleria Triphè.

La ’’Folla’’ si presenta quindi agli occhi dell’osservatore con un’ azione che riassumerei con il termine: RIGENERAZIONE; termine che può essere considerato un vero e proprio ’’vestito’’ sulle opere di Dall’Osso. Il materiale utilizzato, come spiega lui stesso,’’ verte sulla possibilità/impossibilità di arrivare, attraverso la fusione, ad un grado zero della materia alla ricerca di un vuoto dal quale il processo creativo possa rigenerarsi.

Aggiungerei a questa riflessione che la rigenerazione non si sostanzia solo in un passaggio creativo, ma anche psicologico: ciò che le mani modellano, richiede un rinnovamento dapprima nella mente poi nello spirito.

Quello di Davide dall’osso è un atto di generosità nei confronti del suo pubblico poiché fornisce, passando prima attraverso se stesso, gli strumenti per iniziare un percorso di rigenerazione, inquadrabile in una sorta di ‘’NUOVO UMANESIMO’’. L’aspetto rigenerativo nelle sue opere è indirettamente connesso con un altro elemento: ‘’ l’eterno ’’. Attraverso la fusione si ritorna ad un nuovo stato di partenza, ad un divenire conquista di una nuova spiritualità da sempre legata al concetto di eternità. In fondo l’idea della rigenerazione/eternità sta nelle parole: polvere sei polvere ritornerai.’’; è l’azzeramento in vista di una nuova rinascita. Lo scopo è il rigenerarsi dello spirito in limpidezza e inattaccabilità da qualsiasi contaminazione terrena. Dall’Osso lo raggiunge con l’uso di una luce che fende ed attraversa con incisiva delicatezza le sue opere in policarbonato;

una luce che attraversando le sue sculture permette l’approdo verso una misteriosa dimensione dove un flusso migrante di corpi marca la propria identità,  similmente a degli speleologi dell’anima. La mostra si presenta al pubblico con la forza dirompente di 100 corpi che invadono l’imponente e prestigioso spazio del Polo museale di Sant’Agostino per poi proseguire con delle ‘’Duende’’ sospese nel chiostro. In un articolo pubblicato sulla rivista ‘’LETTERA INTERNAZIONALE” ’scritto da Paco della Rosa ci si interroga sulla complessità della parola ‘’DUENDA’’ si suggerisce di fare riferimento ad una frase di Sant’Agostino relativamente al tempo:  se non mi si chiede cosa è , lo so, se me lo si chiede, non lo so. 

Pensando che le Duende sono sospese all’interno del Chiostro di Sant’Agostino, la citazione letteraria assume toni profetici.  Per Sant’Agostino’’ il concetto di tempo presuppone un passato, un presente, un futuro. Ma passato e futuro altro non sono che ricordo di un presente o attesa di un presente; il primo non è più, è stato; l’altro non è ancora, sarà. Veramente reale è soltanto il presente, che non può avere dimensioni temporali, perché nell’atto in cui si attua già trascorre e diviene passato.’’ L’atmosfera all’ interno del chiostro , è carica di quel silenzio che rimanda indiscutibilmente a riflessioni sul tempo e l’oscillazione delle leggere Duende da cadenza e ritmo allo spazio che le circonda e alle persone che vi entrano. Duende è parola di origine spagnola e la u, lettera che la caratterizza, in questa lingua lega con un richiamo al suono, portatore di un significato e indirettamente, secondo una chiave semiotica, ad un significante: in tal caso al concetto di Luce. La luce è l’elemento che rende uniche e riconoscibili le Duende tra qualsiasi produzione artistica creando quella suggestione visivo-emotiva che, sono certa ,coinvolgerà tutti i visitatori.

Le interviste

1° ARTE E TERRITORIO

2° LA TERZA VIA NELL’ARTE

3° UNA FURIOSA SPIRITUALITÀ